Difendere l’acqua come bene comune: la sfida delle Blue Communities

Negli ultimi anni, il tema dell’acqua come bene comune è diventato sempre più centrale. Un movimento nato tredici anni fa in Canada, le Blue Communities, rappresenta oggi una delle iniziative più interessanti per proteggere l’acqua dall’appropriazione da parte di grandi multinazionali e investitori privati.

Promosso dal Council of Canadians, nasce in reazione alla crescente pressione per privatizzare i servizi idrici in Canada. Una delle figure chiave dietro la nascita del progetto è Maude Barlow, attivista in prima linea per la difesa dell’acqua pubblica, che nel 2005 ha ricevuto il Right Livelihood Award per aver ottenuto in veste di relatrice speciale delle Nazioni Unite il riconoscimento dell’acqua come diritto umano. Barlow ha denunciato i rischi legati alla privatizzazione dei servizi idrici, sottolineando l’importanza di mantenere la gestione pubblica dell’acqua a livello locale.

Acqua pubblica, un percorso che nasce dal basso

Il punto di forza delle Blue Communities non risiede solo nella difesa della gestione pubblica dell’acqua, ma anche nel loro approccio partecipativo e dal basso. Le comunità che scelgono di diventare “blu” non si limitano a una dichiarazione di intenti, ma si impegnano concretamente per una gestione sostenibile delle risorse idriche a livello locale, attraverso il coinvolgimento diretto di diversi attori locai, in una logica di responsabilità condivisa.

Il concetto alla base dell’iniziativa è semplice, ma potente. Si tratta di comunità – che possono essere città, scuole, università, gruppi religiosi o organizzazioni – che adottano tre impegni fondamentali:

  1. Riconoscere l’acqua come diritto umano inalienabile.
  2. Proteggere le risorse idriche locali, resistendo alla privatizzazione dei servizi idrici.
  3. Eliminare la vendita di acqua in bottiglia nelle strutture comunali e durante gli eventi pubblici.

Dalla nascita della prima Blue Community in Canada, l’idea si è rapidamente diffusa in tutto il mondo. Città come ParigiBerlino e Bruxelles hanno aderito al movimento, facendo pressione sui governi locali affinché l’acqua sia gestita come bene comune. In Europa, molte città hanno aggiunto un quarto obiettivo: promuovere partenariati pubblico/pubblico o pubblico/privato nelle relazioni con il Sud globale, con l’obiettivo di garantire l’accesso all’acqua

Blue CommunitiesResistere alla mercificazione dell’acqua.

Ma il movimento non si limita alle città: anche scuole e università hanno preso parte al progetto, impegnandosi nell’educare le nuove generazioni sull’importanza dell’acqua e a ridurre il consumo di risorse idriche all’interno dei propri campus. Questi spazi educativi sono cruciali per formare una coscienza collettiva che metta al centro l’accesso e la protezione dell’acqua come risorsa a rischio.

Tuttavia, se da un lato il movimento Blue Communities guadagna terreno, dall’altro continuano le pressioni per privatizzare l’acqua. Un caso emblematico è quello degli Stati Uniti, dove nel 2020 l’acqua è stata inserita nel mercato finanziario dei futures, permettendo agli speculatori di scommettere sul suo prezzo. Un’operazione che equipara l’acqua a risorse come petrolio: trattare l’acqua come una merce significa limitarne l’accesso, aggravando ulteriormente le disuguaglianze globali. In questo contesto, le Blue Communities rappresentano una forma di resistenza. Rifiutando la logica del profitto a tutti i costi, propongono una gestione equa e trasparente dell’acqua, che metta al centro i bisogni delle persone e non gli interessi economici delle grandi aziende.

Le Blue Communities in Italia

Anche in Italia il movimento sta prendendo piede, grazie al progetto “Blue Communities – Giovani promotori di comunità a difesa dell’acqua”, coordinato dal CeVI – Centro di Volontariato Internazionale e cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Il progetto mira a coinvolgere giovani nella creazione di reti territoriali per la tutela dell’acqua: una risposta concreta alla scarsità idrica, problema che, a causa del cambiamento climatico, sta colpendo con crescente intensità anche il nostro Paese.

Coinvolge scuole, istituzioni, cittadini e organizzazioni della società civile in Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Sicilia, Toscana e Veneto, ambisce a ridurre i consumi idrici. Il coinvolgimento di attori chiave del territorio – scuole, insegnanti, enti locali e gestori dell’acqua – intende creare reti territoriali e costruire azioni collettive dal basso e che vedano le giovani generazioni come protagonisti, per influenzare le politiche pubbliche a livello locale.

Nell’ambito del progetto, il Coordinamento Agende 21 Locali Italiane ha redatto un report indirizzato ai Comuni per la creazione ed il sostegno di Blue Communities e ha realizzato un incontro con giovani volontari del Servizio Civile di Padova per supportare il loro impegno dal basso nel prendere parola per la difesa dell’acqua pubblica. Per saperne di più sul progetto italiano delle Blue Communities, è possibile visitare il sito dedicato.